VERITÀ NEGATE - L’indignazione per il caso Regeni non si spegne
 
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Mattioli San Salvo Attualità 05/05/2018 05/05

VERITÀ NEGATE

L’indignazione per il caso Regeni non si spegne

“Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” così inizia il preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti firmata il 10 dicembre del 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La Dichiarazione dei Diritti Umani è stato il primo documento a sancire universalmente i diritti che spettano all’essere umano. Nella Dichiarazione si stabiliscono i concetti basilari di libertà ed eguaglianza, i diritti individuabili, i diritti dell’individuo nei confronti della comunità, la “libertà costituzionale”, i diritti economici, sociali e culturali dell’individuo e le modalità, ambiti e applicazione di questi diritti. Nella dichiarazione l’articolo 5 dice: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento  o a punizione crudeli, inumane e degradanti”. Diritti sbandierati, ma spesso non rispettati.

In Italia l’articolo 5 tocca una ferita ancora aperta: il mistero della sparizione, tortura e uccisione del giovane Giulio Regeni. Giulio era un ricercatore ventottenne, trovato senza vita il 3 febbraio 2016 a Il Cairo; le ferite ritrovate sul corpo dimostrano che le torture sarebbero avvenute ad intervalli di 10-14 ore. In Egitto, associazioni per i diritti umani hanno documentato decine di casi di decessi in custodia dovuti a torture, maltrattamenti e mancanza di accesso a cure adeguate. Durante le fasi dell’arresto e durante gli interrogatori vengono praticate torture e maltrattamenti. Altri paesi come l’Egitto non riconoscono il reato di tortura: Palestina, Israele, Russia, Iran ed in Turchia, dove nell’aprile 2016 è stata abolita l’Istituzione nazionale per i diritti umani. Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Francia puniscono e riconoscono il reato di tortura.

Con un ritardo di quasi 30 anni, l’Italia introduce nel suo codice penale il reato di tortura. Dal 1989 (anno della ratifica del convegno contro la tortura delle Nazioni Unite) si è dovuto aspettare fino al 14 luglio 2017 perché la tortura diventasse reato. Un ritardo anomalo dato che siamo il paese di Cesare Beccaria, che già nel '700 scriveva e combatteva contro la pena di morte e tortura nel saggio “ Dei delitti e delle pene”. Beccaria, nel capitolo XVI del suo libro, definisce la tortura come “il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti”. 

Giulio è stato ucciso e torturato per aver scoperto ed aver condotto delle ricerche su questioni “scomode” e questo comporta la negazione di un altro articolo della Dichiarazione dei diritti umani: l’articolo 19 secondo cui “ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quella di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo e frontiere”.

Viene da chiedersi a cosa serva definire un codice etico e di comportamento se poi si accetta passivamente che altri Paesi possano negare i diritti fondamentali di ciascun essere umano impunemente. L'Italia aveva il dovere di operare con tutti i mezzi possibili perché fosse fatta giustizia, ma ha prevalso la ragion di stato. L'assenza di trasparenza, interessi politici ed economici che legano l'Italia all'Egitto e cariche istituzionali che non si sono adoperate nella ricerca della verità, sperando che la memoria labile del popolo italiano cancellasse quanto è accaduto, sono la dimostrazione che non basta vivere in uno stato democratico per vedere tutelati i propri diritti.

Noi vogliamo continuare a ricordarti Giulio per la tua passione e il tuo coraggio e soprattutto perché non ci siano più verità e giustizia negate.

di Roberta Antenucci 4°A LS

di Redazione IIS Mattioli - San Salvo


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