“Le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse”. - "Politica e mafia ...o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.”
 
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    Mattioli San Salvo Attualità 06/06/2018 06/06

    “Le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse”.

    "Politica e mafia ...o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.”

    A pochi giorni dalla morte di Giovanni Falcone e dalla sentenza in primo grado della Corte d'Assise di Palermo, secondo cui lo Stato, dopo la stagione delle stragi nel 1992-1993, è sceso a patti con la mafia, non possiamo non rendere la giusta memoria anche a Paolo Borsellino che fu sacrificato sull'altare di quella trattativa, a soli due mesi dall'attentato di Capaci.

    Un pallone, un campo da calcio e tanta voglia di divertirsi: è proprio così che iniziano le più grandi amicizie tra ragazzi e fu così anche per Falcone e Borsellino. Dall’età di otto anni condivisero le loro prime sfide sul campo da calcio, inconsapevoli del fatto che quella più grande l’avrebbero combattuta 37 anni dopo, in tribunale, contro Cosa Nostra.

    Borsellino e Falcone collaborarono a partire dal 1983, in seguito alla decisione del giudice Chinnici di istituire un “Pool antimafia”. Grazie alle indagini svolte dal Pool, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino scrissero un’ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviò a giudizio 476 indagati.

    Il processo si concluse nel 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli.

    Falcone e Borsellino entrarono in questo modo nel mirino di Cosa Nostra e ben presto divennero troppo esposti e poco tutelati dallo Stato. “Siamo cadaveri che camminano” disse Paolo ripetendo le parole di Ninnì Cassarà, collaboratore a sua vota ammazzato nell'agosto del 1985, quando, dopo la morte di Falcone, ebbe la tremenda consapevolezza di essere un sopravvissuto, ma per poco ancora.

    Quel 23 maggio del 1992 portò via a Paolo un collega di lavoro, ma anche un grande amico, quell’amico che salutava con il saluto romano in risposta al pugno chiuso di Giovanni; due orientamenti politici diversi, ma due grandi eroi con un gigantesco senso del dovere morale.

    Paolo continuerà la sua lotta solamente per altri due mesi; nella sua penultima intervista riferì delle possibili correlazioni tra i mafiosi di Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Borsellino parlò anche dei legami tra la mafia e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia, facendo riferimento a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi.

    Era il 19 luglio1992, una domenica pomeriggio; Paolo aveva appuntamento con sua madre e, come era sua abitudine, alle 16:58, si trovava puntualissimo in via d’Amelio; quando si avvicinò al citofono, una FIAT imbottita di tritolo detonò, uccidendo lui e tutta la sua scorta. Dopo le fiamme causate dall’esplosione, Palermo fu invasa solamente da un rumorosissimo silenzio.

    Le caratteristiche della caparbietà e della passione per il suo lavoro e i forti valori etici che gli resero impossibile fare marcia indietro anche quando seppe che era arrivato il tritolo per lui a Palermo, fanno di Borsellino una persona speciale, un esempio di tenacia nella perseguire ciò che è giusto senza sconti o compromessi, a testa alta; un esempio capace di trasmettere dei valori positivi per le generazioni future. La triste tragedia del suo assassinio, quella dell'amico e collega Giovanni Falcone e quelle di molti altri uomini valorosi che hanno combattuto per difendere e per diffondere i loro ideali di giustizia e onestà, non vanno dimenticate perché deve essere ancora raggiunto l'obiettivo per il quale sono morti: sconfiggere la mafia.

    Fiammetta Borsellino, ultimogenita di Paolo, lo ricorda non solo come un ottimo magistrato ma anche un bravo padre. Oggi sia Borsellino che Falcone sono considerati due eroi, ma Fiammetta ribadisce che suo padre non ha compiuto nessun atto eroico ma semplicemente è morto facendo il suo dovere. La figlia in prima persona si è impegnata nella ricerca dei colpevoli e ha più volte denunciato le falsità, gli occultamenti, le false piste percorse durante le indagini.

    Antonino Caponnetto, magistrato che guidò il Pool antimafia dal 1984 al 1990, intervistato subito dopo l'attentato, visibilmente scosso, disse: “E' tutto finito”.

    Davvero è tutto finito? Caponnetto prima di morire volle consegnare l'eredità che avevano lasciato questi grandi uomini alle scuole. Comprese che finché la memoria delle loro azioni sarebbe rimasta viva, loro avrebbero continuato ad essere un baluardo per i valori di legalità su cui deve fondarsi una società sana; comprese che “le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse”.

    Roberta Antenucci

    Federica D’Andreamatteo


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