L’immaginazione è il motore della vita - Dalla bellezza della scrittura alla felicità: dialogo a più voci con Dacia Maraini
 
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    Mattioli San Salvo Interviste 20/02/2019 20/02

    L’immaginazione è il motore della vita

    Dalla bellezza della scrittura alla felicità: dialogo a più voci con Dacia Maraini

    Sabato scorso l'istituto Mattioli ha ospitato l'immensa Dacia Maraini. Nella sua professionalità e al contempo umiltà, la scrittrice si è prestata ad un illuminante dialogo con noi studenti. Sono state affrontate tematiche personali e relative a problematiche attuali.

    Ringraziamo la scuola per questa esperienza e riportiamo in seguito alcune delle risposte della grande scrittrice.


    Lei ha iniziato a scrivere e pubblicare opere quando era molto giovane, più o meno alla nostra età, e da allora ha dedicato la sua vita alla scrittura. Com'è riuscita a mantenere vivo il processo creativo negli anni? Quali sono i suoi consigli per un giovane che vuole intraprendere la carriera creativa?

    Io ho iniziato a scrivere all’età di tredici anni, scrivevo poesie e racconti sul giornale della mia scuola di Palermo. Devo ammettere però di venire da una famiglia di scrittori: a casa mia mancava tutto, ma i libri c’erano. Ho sempre letto moltissimo. Ho avuto l’esempio di una nonna scrittrice inglese, un padre che ha sempre scritto... insomma anche questo mi ha influenzata.
    Penso che il processo creativo sia qualcosa di artigianale: lo stesso paradosso della scrittura è che il libro è un oggetto unico. Anche se poi viene moltiplicato nella stampa non diventa mai un calco, uno stilema, uno stereotipo, perché ogni volta si ricomincia da capo. Non so ben spiegarti il motivo, ma penso che il rapporto con i lettori sia fondamentale. Non me lo pongo come problema, altrimenti finisco per impazzire. Cerco di mantenere un buon rapporto con la memoria e affrontare dei temi che mi stanno a cuore e che sono anche reali e concreti. Questa è la mia idea.
    Io consiglio di cominciare in piccolo, per farvi le ossa, con un giornale della scuola ad esempio. In questo modo si capisce cosa si è in grado di comunicare, cosa la gente recepisce, qual è la propria strada. 

    A cosa si ispira per scrivere le sue opere?

    Vi rispondo con una metafora. Un personaggio bussa alla mia porta: si presenta, lo faccio entrare, gli offro un caffè con dei biscotti. Il personaggio inizia a raccontarmi una storia, fin quando se ne va. Quando accade che il personaggio, dopo tutto questo, mi chiede anche la cena e un letto per dormire, vuol dire che è arrivato il momento di iniziare a scrivere, perché ormai si è “accampato” nella mia testa. È così, non si sa il perché; è qualcuno che vuole uscire dalla tua testa, qualcuno che è venuto a raccontarti della sua storia.

    Qual è il suo pubblico ideale? A che lettore pensa quando scrive?

    Il pubblico ideale è una persona attenta, capace di entrare con la sua immaginazione dentro la storia che sto scrivendo. A me piace immaginarlo così. Per me l’immaginazione è il motore più potente che abbiamo, è alla base di tutto; ci fa capire per esempio il dolore degli altri, ci fa sentire l’ingiustizia e le cose che non funzionano. 

    Quanto le è stata di aiuto la scrittura? Ha mai pensato di smettere di scrivere?

    La scrittura per me è ossigeno, non potrei vivere senza. Ormai fa parte della mia vita. Per scrivere ho bisogno di silenzio, di una stanza chiusa sommersa da libri, o di una finestra. Devo sempre portare avanti un progetto, per scrivere un romanzo ci metto come minimo due anni. Non ho mai pensato di smettere perché è una passione e come tale devo portarla avanti, sarebbe una vita totalmente vuota senza scrittura e lettura. 

    Qual è stata la prima cosa che ha pensato dopo essere uscita dal campo di concentramento in Giappone e come l'ha cambiata questa esperienza?

    Nel campo non avevamo giornali, radio, mezzi di comunicazione. Ci svegliavamo senza sapere come andava la guerra, eravamo fuori dal mondo. Una mattina ci accorgemmo che i nostri guardiani, dei poliziotti piuttosto sadici, non c'erano. Cominciammo a capire che era successo qualcosa. Quella mattina uno di noi si è avvicinato ai contadini che si trovavano lì vicino e loro gli han detto:"è finita la guerra". Ricordo che da lontano ho visto quest'uomo che saltava come un canguro e urlava: È finita! È finita! Questa è l'immagine che ricordo. Eravamo tutti felici.

    I suoi scritti sono stati d'ispirazione anche a persone che si trovano in carcere e hanno trovato nella scrittura un mezzo per esprimersi o per evadere. Quale valenza assume la scrittura per chi soffre?

    Ho scritto il libro "Memorie dal carcere" perché ho fatto un'inchiesta sulle carceri italiane femminili e ho notato che quando le carcerate custodivano un diario avevano un rapporto migliore perché la scrittura è un modo per prendere le distanze da sé stessi e fermare il pensiero. Il pensiero è come un fiume: scorre, non siamo in grado di fermarlo. La memoria e il pensiero sono vaghi.
    Se invece scriviamo il pensiero si ferma, prende una forma, diventa saldo e indistruttibile.
    In carcere ho conosciuto Giulio Salierno, un uomo che ha cominciato a studiare in carcere dopo una vita passata in strada. Dopo vent'anni di carcere era diventato un'altra persona. Io credo che l'uso dell'arte possa cambiare le persone.

    In un'intervista ha dichiarato di essere stata prima sposata, poi di aver convissuto e successivamente di aver capito di trovarsi meglio a vivere da sola. Com'è cambiata la sua concezione dell'amore dopo tutto ciò? Questo ha influenzato anche la sua scrittura?

    Mi sono sposata abbastanza giovane, avevamo progettato di fare un figlio ma purtroppo al settimo mese ho avuto un aborto spontaneo. Un po' di me è morto in quell'occasione, è rimasta una ferita e questa ha rotto il matrimonio. La mia concezione dell'amore è basata sulla sacralità della vita umana, non esiste amore senza rispetto. L'amore vuole prima di tutto il bene dell'altro. 

    Quanto ha influito nella sua vita l'amicizia con Pierpaolo Pasolini? Qual è il ricordo più bello?

    I film di Pierpaolo sono veramente belli, uno lo abbiamo fatto insieme. Ho lavorato alla sceneggiatura di "Il fiore delle Mille e una notte", è stato durissimo perché Pierpaolo aveva sempre fretta, forse in qualche modo sentiva che sarebbe morto presto. Abbiamo scritto la storia di questo film, che tra l'altro appartiene alla trilogia della gioia, in soli quindici giorni. Avevamo affittato una casa sul mare in Sabaudia, ci alzavamo alle sei di mattina e andavamo avanti a lavorare fino a mezzanotte. Per fortuna ho abbastanza energia perché era da stenderti, tutto una corsa. Lui mi aveva affidato da scrivere la parte di Zumurrud, una schiava talmente intelligente che riesce a farsi comprare da chi vuole lei. È stata per me una grande esperienza, era una persona straordinaria. Le persone geniali non hanno bisogno di dirti come fare, è la loro vicinanza e il loro pensiero che insegna.

    Nei suoi libri parla molto della violenza di genere. Secondo lei qual è la soluzione per risolvere questo fenomeno molto diffuso?

    Secondo me la violenza di genere è un fatto culturale, non penso che gli uomini siano violenti di natura. Ai bambini si insegna di solito il linguaggio della seduzione, ad essere competitivi e predatori, mentre alle bambine a reprimere la propria aggressività. È dunque solo una divisione culturale, non biologica. Ha una valenza di tipo storico, che deriva da una società patriarcale.
    È l’idea del possesso che scatena la violenza. Una donna che viene lasciata si limita a piangere, a disperarsi e a sfogarsi solo verbalmente, non le viene in mente di ammazzarlo, non perché non ne sia capace, ma perché le è stato insegnato a sublimare e a reprimere il senso di aggressività e di dolore. Un uomo invece, che è stato abituato a sentirsi padrone, in questi casi entra in crisi e talvolta diventano degli assassini.

    Secondo lei la felicità esiste? Cos'è per lei la felicità?

    Molti filosofi dicono che la felicità è una memoria, ci si accorge di essa solo dopo averla vissuta. È proprio questa la speciale caratteristica della felicità, quella di non rendersi conto di esserlo, non puoi vederla nel momento in cui la vivi. Ciò che invece fa paura è la consapevolezza che, come tutto, anch'essa ha una fine.

    Chiara Antenucci, Martina Caruso, Federica Ramundi


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